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Federico Fiumani, “Dov’eri tu nel 77?”
Inviato da gloria il 30/1/2007 13:18:36 (1895 letture)


Federico Fiumani, “Dov’eri tu nel 77?”

Coniglio Editore 2006, 96 pagg. 10 euro +

Diaframma live @ Milk 20 gennaio 2006

Di Gloria Carabbio

Ho ricevuto questo piccolo tesoro lo scorso novembre per il mio compleanno. Ogni frase che ho letto è stato un po’ come oltrepassare quel muro impenetrabile tra me e la sua meravigliosamente schiva alterigia, tutte quelle innumerevoli volte in cui sono andata a vederlo, anzi, SENTIRLO dal vivo. Ruvido poeta di quel sentimento che lo “accompagna da una vita (amare solo chi fugge)”. Impreziosito da una lusinghiera postfazione dell’amico Gianni Maroccolo, questa sorta di diario/taccuino psicanalitico raccoglie istantanee, impressioni e riflessioni in prosa e versi, prime tra tutti quelle acute, talora malinconiche sul punk e i dischi oramai gracchianti usciti intorno al ’77, “brillare di stella ormai morta”, facce tanto più affascinanti se malsane e scavate (il fascino delle mani di Tom Verlaine sulla copertina di Marquee Moon, “fili elettrici…color tossicomania”). Il ‘77 non c’è più, restano i solchi nei dischi che rischiano di confondersi con quei “nuovi punk…gente sana, piena di energia, i cui concerti sembrano più gare sportive”. Dorata, forse apparentemente piatta la calma che trasuda dalla scrittura di Fiumani, interlocutore silenzioso dei suoi stessi pensieri attraverso un flusso di coscienza umorale, intermittente, concentrato ora sulla musica, ora sulle donne, altra vera ossessione, parte di quel trittico “sesso droga rock’n roll” che dichiara di aver rotto eliminando la droga. Le ama, le cerca, le interroga, ora le loda, poi le allontana, “è la vita che chiama”, ferma sulla carta impressioni che forse, subconsciamente, diverranno musica. Il tradimento, la noia, il sesso, la gelosia, li descrive con vivido autobiografismo, dedica alle sue donne – anzi, a “la fica” – “tutta la musica che avrei composto” dagli esordi in poi. Desideroso di affermare la propria individualità in opposizione ai comportamenti di massa che imperano nella nostra epoca nella musica, così anche in amore: Federico ama e tradisce, con un’indole romanticamente maschilista che non conoscevo dall’ascolto dei Diaframma e da cui, in quanto donna, non posso se non essere turbata e lusingata al tempo stesso.

E con questa rivoluzione nel cuore e nelle orecchie sono andata a sentirlo, anzi, ad AFFRONTARLO sabato scorso al Milk. Sapevo già da principio che neanche stavolta avrebbe eseguito “Le Alpi”; l’ultima volta, a Nervi, aveva detto all’esiguo ma assai partecipe pubblico che neanche si ricordava le parole… chissà perché a me, invece, piace illudermi ogni volta che le abbia ripassate. L’organico della band era diverso anche questa volta, Trambusti ha lasciato spazio ad un giovane e ben preparato batterista (Trambusti, che fu nei Litfiba, contribuiva ad evocare un po’ dell’atmosfera di quel tempo perduto che è stata la new wave in Italia). Anche la seconda chitarra è cambiata , riconosco solo Federico e il bassista. Pochi pezzi di riscaldamento, Fiumani sorride e timidamente ringrazia, attacca con “Spazi Immensi” e il pubblico va in visibilio. Ogni smorfia sul suo volto è decisamente autobiografica mentre esplode un’energia live inedita per me (sono nata, ahimè, poco prima dell’uscita di “Siberia”) che finora avevo visto le altre formazioni in versione decisamente più melodica ed intima. Mi sono resa conto da subito che l’acustica era un disastro, quegli alti assordanti che speravo venissero aggiustati dopo i primi pezzi ci hanno invece accompagnato fino alla fine compromettendo, a mio avviso, la piena riuscita della performance del gruppo che, per parte sua, ha fatto buon viso a cattivo gioco fino alla fine, concentrandosi sull’empatia con il pubblico. Fiumani alfiere di un organico decisamente punk nei propositi e negli esiti, ora addirittura scherza presentando “un nuovo pezzo, si intitola Valentina, sottotitolo, la zoccola”. Ecco emergere il poeta che aspettavo, il contemplatore delle sue muse e allo stesso tempo ironico, rassegnato iconoclasta, come si può non adorarlo? Modula rabbia, amore e sudore con una bilancia che non è dono di questo mondo. Canta parole nitide, semplici ma dirette, senza affettazione. L’organico cavalca la cresta dell’onda energica fino alla fine dello show, passando per “Diamante Grezzo”, “L’Odore delle rose”, raggiungendo il culmine con “Oceano”. I passaggi sono rapidi, la linea di basso agile e cupa al punto giusto (mi compiaccio di come l’esperienza Diaframma abbia fatto proprie peculiarità di gruppi storici come Joy Division e Bauhaus senza mai cedere ai cambiamenti così repentini del mondo del rock e della musica in generale). Dopo l’apoteosi di “Libra”, storica firma di adesione del gruppo al manifesto punk italiano degli anni ottanta (“Distruggi il futuro/se non ti appartiene”: proprio nel libro Fiumani si compiace della musica dell’epoca, di quei dischi “che non vogliono fare epoca, senza pretese…che non vogliono insegnarmi niente”). Il gruppo saluta e se ne va e presto ritorna a seguito dei cori (a mio avviso fuori luogo, quasi da stadio) del pubblico. Tornerà, prima solo e poi con il resto della formazione, si congederà per poi riconcedere al pubblico un’ inaspettato “tris”, aperto con un pezzo quasi reggae di policiana memoria, energico nonostante la Tele di Federico, ricoperta di sudore, sia ormai (meravigliosamente) scordata.

Davvero un peccato per l’acustica del luogo e la qualità del suono in uscita, il gruppo meritava senz’altro qualche attenzione in più da parte del service del locale…Io invece sono tornata a casa con le orecchie che ronzavano e la testa piena di tutte quelle situazioni che avevo letto, trasognata, nelle pagine del libro. Ho cercato di carpirne qualche sprazzo nello sguardo del suo autore, man mano che le parole accompagnavano la melodia, ma anche questa volta lui era lì, serio e altero, imponente nella sua genuina semplicità di poeta e onestà di uomo, così non ho potuto se non fantasticare. A Federico Fiumani tutta la mia stima, perché da più di vent’anni canta l’amore in questi tempi così infami.

  0   Article ID : 147
CONSIGLI PER GLI ACQUISTI:
Inviato da gloria il 16/12/2006 16:26:18 (966 letture)

Gabriele Lunati “Nico, bussando alle porte del buio”

Stampa Alternativa/Nuovi equilibri

13,00 €

Di Gloria Carabbio

Finalmente un autore italiano rende giustizia ad una delle figure più enigmatiche e significative della storie del rock (e non solo): Nico, musa di Andy Warhol, chanteuse per i Velvet Underground, attrice per Fellini e Garrell, per citare solo alcuni dei suoi contributi più significativi. Nico per qualche decennio si trova al posto giusto nel momento giusto (la Parigi di Coco Chanel, la New York di Warhol e Bob Dylan, la Swingin’ London, una Ibiza hippy e bohemien) e muore nel luglio 1988 per un’emorragia celebrale dovuta ad una banalissima caduta in bicicletta. Non un suicidio, non un’overdose, non uno spettacolare incidente automobilistico nè un omicidio misterioso: con questa tesi l’Autore della struggente biografia ci spiega perché un’artista così eclettica ed importante come Nico, meravigliosa Chelsea Girl, sia uscita di scena “dalla scala posteriore”, vittima di una scomparsa “troppo poco rock” per essere presa in considerazione anche di chi ha condiviso con lei quegli anni strepitosi di fermento artistico e musicale. Anche la morte, non solo la vita, ha voluto essere triste e cinicamente ingiusta con lei.

Gabriele Lunati, giornalista e documentarista, già autore di .........

  0   Article ID : 139
Petrolio - siamo in riserva?
Inviato da loschiva il 22/11/2006 18:31:24 (2684 letture)

Il colore va dal marrone scuro al verdognolo, la densità è variabile e sta aumentando più in fretta di quanto non pensiamo…no ragazzi, non è il petrolio, è merda, e lo Sconfinato Mare di Merda è la situazione in cui ci troveremo quando l’oro nero sarà finito, sempre che gli scombussolamenti climatici non ci diano ante tempore altre tragiche gatte da pelare…

Con uno stile che ricorda il Benni più ispirato (il petrolio si è formato durante le Grandi Cotture Sotterranee della Perla Azzurra, il nostro caro pianeta abitato da noi Pensanti, gli stessi che hanno avuto la prima e la seconda Grande Svista), Jeremy Leggett, geologo di fama internazionale e ben informato, visto che per anni ha lavorato in diverse compagnie petrolifere, ci mette in guardia dagli effetti di una economia mondiale troppo dipendente da un petrolio che, per inciso, finirà.

Poi, o prima.

La BP, la maggior compagnia petrolifera britannica, nella propria “BP statistical review of World Energy” afferma con fiducia che ce n’è ancora per una trentina (!) d’anni. Sapete cosa c’è anche scritto nell’ultima pagina, a caratteri delle dimensioni delle clausole delle fantozziane cambiali? “Le cifre riportate non concordano necessariamente con le definizioni e le linee guida della Security and Exchange Commission (la SEC, l’equivalente della CONSOB nostrana) degli USA a riguardo delle riserve accertate e non rappresentano l’opinione di BP riguardo alle riserve nazionali accertate”, cioè NON CI CREDONO NEANCHE LORO!!!

Mi viene in mente una recente pubblicità di non-mi-ricordo-bene-quale-auto dove un padre molto premuroso e forse un po’ troppo ottimista, dice al figlioletto neonato “ti ho comprato la macchina per il tuo diciottesimo compleanno, ma fino ad allora la guido io”. Fai bene, perché forse per tuo figlio non ci sarà più benzina.

Un libro da tenere in mente quando siamo fermi in auto in coda o al distributore.

Jeremy Leggett, \\\"Fine corsa\\\", Einaudi Stile Libero Inside, 15 sacchi e 80

  0   Article ID : 130
"scritto sul corpo" di Winterson
Inviato da ravinskij il 11/11/2006 15:41:49 (309 letture)

Questo romanzo è una storia d'amore, molto bella, molto spinta, che si snoda tra ambientazioni dark, oppure squallidamente normali, troppo normali. Perchè quando descrivi una passione che brucia così tanto, la normalità, che si presenta sullo sfondo come un palcoscenico, ferisce nel contrasto. E sono ferite cercate, perchè la Winterson racconta un qualcosa che ha come oggetto (d'amore, di desiderio, di possesso) questa bellissima Louise, ma non dice mai chi è che la ama. Chi l'accompagna di notte in un avventura che tra le altre cose è pure extraconiugale. Chi é? E' una donna?

  0   Article ID : 124
"Cercasi batterista, chiamare Alice" di Moody
Inviato da ravinskij il 11/11/2006 15:40:39 (648 letture)

Romanzo d'esordio di Moody, autore di Tempesta di ghiaccio (avete presente il film?) e del mai dimenticato “The James Dean garage band”. Nell'esordio c'è già tutto. La normalità sbandata vista dagli occhi puri e moralisti degli sbandati. Questi, i corali prota-gonisti della storia, sono tante deliziose macchiette umane iden-tificabili dalle deviazioni predo-minanti, che ovviamente risultano più simpatici di chi è deviato in profondità, di chi è corrotto nelle viscere, per Moody come molti della sua generazione (penso alla Homes, a Bunker, ma anche a Palahniuk) il leggendario ceto medio americano.

  0   Article ID : 123
Big Sur di Kerouac
Inviato da ravinskij il 11/11/2006 15:39:32 (1696 letture)

Deve essere qui dentro. E' da qualche parte qui dentro, sforzandosi un minimo, leggendo attentamente, si dovrebbe riuscire a individuare il punto esatto in cui gli si è indurito il cuore e ha smesso di essere Jack Kerouac. Solo pochi anni dopo questo romanzo, uscirà Easy Rider, a riprendere la stessa epica di libertà e lo stesso problema.. Il sistema ti prende per fame, o ti uccide. Questo romanzo melanconico e cupo, non è sprovvisto della splendida narrazione beat, ritmata anche musicalmente da impeti che non tollerano regole se non la verità della vita, del percorso, della libertà da sbattere in faccia agli altri. Ma gli anni passano, meglio sarebbe dire corrodono, e così nelle notti di un'estate strana, si intravedono i primi fantasmi, le prime avvisaglie della fine di una generazione e l'inizio di un'altra. L'anno dopo morì Kennedy e l'America si cacciò a corpo morto in Viet Nam. Kerouac scriverà nel 68' a favore della guerra.

  0   Article ID : 122
Libere interpetazioni danno le vertigini
Inviato da mofa il 4/10/2006 17:22:52 (771 letture)

tratto da http://www.menabonews.it/

LIBERE INTERPRETAZIONI DANNO LE VERTIGINIA cura di Compagnia d’arte Croma Tigullio con l’aiuto de “La Fattoria”. Ed. Gammarò, 2006, pag. 172, euro 12.00

Presentazione di alcuni tra i numerosi gruppi musicali giovanili locali e raccolta dei testi delle loro canzoni (una sorta di pagine gialle della scena musicale tigullina degli ultimi anni), “Libere interpretazioni danno le vertigini” della Compagnia d’arte Croma Tigullio, ha una duplice valenza. Da una parte, la pubblicazione offre una vetrina al variegato e spesso sommerso mondo musicale locale, dall’altro si pone come “libro da usare per capire come funzionano molti giovani preoccupati o come funziona il loro vuoto. In questo senso è quasi un manuale scientifico per chi legge fra le righe, della giovinezza delle nostre contrade”. La collaborazione de La fattoria, comunità di recupero dell’entroterra chiavarese nella redazione del testo offre, infatti, spunti per una lettura più sociologicamente valida di questo disagio. Al di là dei giudizi meramente tecnici sull’effettivo valore musicale, comunicativo o universale dei contenuti, o sulle capacità canore dei gruppi, quello che emerge dalle pagine è la quantità e spesso la qualità di giovani che sul nostro territorio hanno il desiderio/bisogno di riunirsi, comporre, suonare, farsi ascoltare. Non importa se da tanti o se da pochi, se solo da pazienti e compiacenti amici o da una platea più ampia e competente. Non importa se i gruppi si fanno, si disfano, si mescolano, litigano e poi si ricostituiscono cambiando nome o batterista: la musica sembra davvero fare da collante, da terapia e da valvola di sfogo anche (o soprattutto) in una realtà che da molti è percepita come avara di prospettive e di stimoli. Non importa forse nemmeno che il disagio, gli urli interiori che emergono prepotenti da molte delle liriche, le condanne alla società per la sua indifferenza e miseria umana siano vere o percepite: la musica, la voglia di utilizzarla come canale di verità, come realtà parallela migliore e più piena, è il fattore dominante. In appendice, infine, i risultati delle ricerche sul campo condotte in questi anni dall’unità mobile de La Fattoria coordinata da Sara Fazzeri e il contributo del Dott. Stefano Cifiello, dirigente sociologo SERT di Imola che ci danno una dimensione oggettiva della gioventù del Levante ligure, delle sue criticità e delle sue potenzialità. Dati che ognuno – in maniera più immediata ed emotiva -, ascoltando il cd allegato al libro, può leggere tra le righe dei testi delle canzoni o intuire dalle note dei gruppi presentati.

Alessandra Governa

  0   Article ID : 117
"Una tua parola" di Elvira Lindo
Inviato da ravinskij il 16/7/2006 19:16:12 (490 letture)

E' il più bel romanzo, a nostro parere, che Mondadori abbia pubblicato quest'anno, malgrado una vistosa insufficenza pubblicitaria. Forse fa il paio con “La vita segreta delle api” in un ideale complementarità di ombra e luce. La Lindo è figlia di una letteratura ispanica che deve tanto alla Serrano, ma in particolare mette su carta la lezione morale di Almodovar, al punto che questo potrebbe essere benissimo il soggetto di un suo film, e per la storia, e per il modo di raccontarla. E' un libro dolcissimo, con le due protagoniste principali che sono tanto amabili quanto sfortunate. Entrambe fanno un lavoro e una vita che non è loro, che fa schifo, vivendo quasi negli angoli di questa grossa città spagnola che fa da teatro, con la sua sporcizia endemica, la sua bellezza lurida, alle loro vicende. Iniziano un'amicizia per caso, con l'unico scopo di evadere, qualche volta, dal loro bravo squallore quotidiano, da situazioni familiari per entrambe difficili. Sembrano personaggi caldi e definiti, ma la storia è raccontata seguendo il filo dei ricordi dell'io narrante e in trasparenza, la narratrice, ci lascia guardare la bambina che, un giorno, si è innamorata perdutamete di un padre assente che l'ha portata in centro. I rancori, le gioie i piccoli sorrisi rubati, pur nelle situazioni a volte estreme che caratterizzano il contesto, diventano i piccoli colpi di scena che finiscono per svelare la verità. Non a caso il romanzo finisce in un piccolo paese di campagna. Come l'ultimo sguardo indietro.

  0   Article ID : 101
Los Angeles
Inviato da ravinskij il 16/7/2006 19:12:12 (365 letture)

La Homes è una delle più importanti autrici americane dell'ultima gene-razione, interprete divertente e drammatica del nostro tempo, un Carver con la prospettiva femminile. Questo è una specie di diario sulla sua permanenza a Los Angeles all'alberrgo degli artisti, lo “Chateau Marmont”. In parte è questo, in parte è come leggere per metafora l'America e ciò che l'America esporta, i suoi stili di vita, le sue innaturalezze. A cominciare proprio dallo Chateau, considerato una mecca (come la casa dei serial killer) proprio perchè sembra essere l'unico luogo con una certa Storia (badate in senso europeo) all'interno di spazi infiniti e in mezzo a moltitudini diverse e contemporanee. Chi ha visto e ha amato “Crash” ci rivedrà dentro tutto con un approccio ironico e spietato.

  0   Article ID : 100
Racconti......autoprodotti
Inviato da mofa il 10/5/2006 15:23:47 (531 letture)

Mi permetto di scrivere questo articolo addirittura nella sezione libri per segnalare alcuni simpaci racconti scritti dal cantante dei Bad Taste.
Brevi ma significativie storie ambientate nella provincia che conosciamo, storie che esprimono uno spaccato di questa gioventù che siamo; storie di questi giovani vorrebbero avere tanti sogni.........

Clikkando su LEGGI TUTTO ho riportato quello che mi sembrava più significativo.
Altri racconti li trovate sul Blog dei Bad TAste all'indirizzo:
http://badtastecroma.blogspot.com
..e penso che altri ancora ne arriveranno

  0   Article ID : 82
Come torrenti di pioggia - Fassio
Inviato da mofa il 20/4/2006 3:00:00 (411 letture)

Il libro si presenta con una copertina singolare: sullo sfondo senape tipico dei gialli Frilli, un viso di donna col passamontagna. Un'immagine che colpisce, riferita alla protagonista del romanzo Antonia, perch? immediatamente associa una violenza cieca e premeditata (il terrorismo) alla femminilit?. Questo romanzo parla della colonna genovese delle brigate rosse, probabilmente basandosi su una storia che i lettori pi? informati riconosceranno della cronaca di allora. Il paragone pi? immediato, dal punto di vista della narrazione, ? sicuramente il “Romanzo criminale” di De Cataldo, soprattutto per ci? che concerne i diversi frammenti di “storie” che si inseguono. Ma la Fassio fa anche di pi?, condisce le sequenze con flashback esterni pi? o meno irriconoscibili tesi a snocciolare indizi a pioggia, di non facile interpretazione, almeno fino alla fine. Il filo cronologico lo da la sorella di Antonia, ragazza di famiglia ricca che improvvisamente passa alla clandestinit? e dopo una breve parabola muore ammazzata in un covo durante l'irruzione dei Carabinieri. Il covo ? stato individuato attraverso un infiltrato dei servizi; dei brigatisti ci si ? dovuto occupare dopo il rapimento e l'assassinio di un giudice impegnato in un inchiesta su un brutto affare di traffico d'armi. A poco a poco diviene chiaro che qualcosa di oscuro lega i due eventi, e le persone che svolgono indagini incappano uno a uno in spiacevoli incidenti mortali. La forza del romanzo risiede nella caratterizzazione ottima dei diversi personaggi che compongono il mosaico e soprattutto nell'attenta lettura storica e critica della trama che ruota tutto intorno a un dubbio posto nelle riflessioni che scandiscono il racconto: dove trovano il coraggio, le armi e l'organizzazione alcuni semplici studenti? Sono “per caso” stati usati?

  0   Article ID : 74
Diario di una scrittrice - Woolf
Inviato da mofa il 20/4/2006 2:50:00 (387 letture)

Non c'? nulla di eroico nel porre termine all'infelicit? per quanto questo possa essere in seguito interpretato come il siglillo all'immortalit? delle muse. Saffo ha violato un imperativo, ? tutto. Per?, a volte capita di imbattersi negli strascichi opachi di chi ha bevuto il calice supremo della suprema disperazione, e allora, ingannati dal “fascino” (nel senso antico, di malia) ? possibile godere della catarsi che solo un cuore di mille vite pu? provare. Nelle prime pagine di questo diario Virgina ha trentaseianni, ? una ragazza antica e attuale allo stesso tempo, intelligente e intima. Meglio di un romanzo, restituisce il retroscena e lancia messaggi ad alta voce. Provocatoria, sintetica, sociale ed etica Virginia scandaglia la propria vita scoprendo volta per volta i lati di s? che hanno un nome: in certe pagine ritrovate Mrs Dalloway, in altre Mrs Ramsey o Peter, in altre ancora non si pu? non scorgere Orlando affiorare nella femminilit? argentina che caratterizza il flusso di coscienza. domenica 8 marzo 1941, tra venti giorni uscir? dalla sua villetta percorrer? un sentierino di campagna fino al fiume Ouse, lasciandosi cadere: Noto la frase di Henry James: osserva senza tregua. Osserva l'avvicinarsi della vecchiaia. Osserva la voracit?. Osserva il tuo stesso avvilimento. Con questo mezzo diventa utile. O cos? spero. Insisto per impiegare questo tempo traendone il massimo vantaggio. Voglio affondare con la bandiera spiegata. Questo, lo vedo, ? sull'orlo dell'introspezione; ma non vi cade ancora. Mettiamo che io mi abbandoni alla biblioteca e ci vada tutti i giorni in bicicletta, a leggere libri di storia. Mettiamo che io scelga una figura dominante in ogni epoca e ci scriva sopra. Tenersi occupati ? essenziale. E ora, con un certo piacere, mi accorgo che sono le sette e che devo preparare la cena. Merluzzo e salsicce. Credo sia vero che, scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni del merluzzo e delle salsicce. A tutte le donne.

  0   Article ID : 73
PAZ & PERT!
Inviato da mofa il 4/4/2006 2:50:00 (358 letture)

...se la tua Venere ha perso la schiuma un rimedio c'è... PAZienzA ANdreA è in edicola con l'Espresso a 10euri... ancora per pochi giorni la terza uscita, quella più POLITiCA, del genio puglies'... trattasi di strisce COmiCHE di RESiSTenza PARTiGiANA (a far brillare i crucchi e i loro uncini e i fachisti sui chiodi a marciare) con un protagonista mitico: il presidente.PERtini e una spalla tutta speciale... il volume contiene anche altre STORiE-vignette-SATiRE datate anni '80... da sfogliare alla luce di OGGi (in vista seggio):_tanta attualità, tante risate e i soliti bocconi amari... ogni amore inventa un vocabolario, capita anche con un fumetto e il suo tratto magico: sincero, feroce e sarcastico…

io consiglio magari tutti e quattro i volumi della collana!!!

http://www.speciali.espressonline.it/prodotti/andrea_pazienza/

"Il piano del priministr è fare l'onesto per un po', e poi fare il colpaccio appena può con la sua banda schifa. Dio per punirlo gli fa sudare orribilmente le mani".

...a chi si riferirà???...

  0   Article ID : 72
Il caimano ovvero la rivoluzione dei culi blateranti
Inviato da mofa il 28/3/2006 3:00:00 (405 letture)

Innanzitutto va detto che è film inusuale a vedersi, intelligente sarebbe persino facile sottolinearne l'impegno. Non partitico, politico si, però.
Una giovane regista vuole realizzare un film su Berlusconi (il caimano) e si rivolge ad un produttore fallito. Il film racconta essenzialmente la storia umana di queste persone, gli attori, le mogli, la società dove si muovono. I loro sentimenti, l'occhio dei bambini (i figli del produttore che si sta separando dalla moglie) che Moretti usa sia come metro di giudizio sociale e politico, sia come spettro della gente comune, come pietra di paragone incolpevole. Questa storia è tagliata, a intermittenza, dalla sceneggiatura del film sul Caimano, ogni volta una brusca intrusione che ha l'effetto di una realtà più reale della realtà, abusando di un linguaggio cinematografico lirico/epico proprio in quei momenti che rende un effetto onirico alla Fellini. Grazie a questo Moretti, concretizza nel film il senso di oppressione vellutata, il senso della rivoluzione dei Culi e delle belle fregne, la rivoluzione berlusconiana. Così è nella vita di tutti i giorni, la gente che sbanda nei problemi quotidiani senza più un sogno, con allegrie incelophanate acquistabili a basso prezzo in un buon discount, oppure se sei ricco, prodotti di qualità eccelsa pur sempre industriali e vuoti. La figa usata come elemento di dominio, la volgarità come strumento di appiattimento, di pensiero unico, la distrazione di massa elevata a moderna gestapo che ghettizza non più solo l'intelligenza, ma anche l'onestà, anche l'amore.
Il film si chiude con l'ultima grande intromissione del Caimano, sono cinque minuti in cui Moretti regista e autore si fa storia del cinema italiano. Eppure voglio chiudere con la scena in cui regista e produttore vanno dallo stesso Moretti a chiedergli se vuole fare il protagonista. Lui dice "ma no... ho già in mente un nuovo progetto una commedia..." "ma come? come fai a fare una commedia in un momento come questo?" "E' sempre il momento di fare una commedia..."
mi tocca rivederlo.

  0   Article ID : 77
Passare l'inverno - Olivier Adam
Inviato da mofa il 27/3/2006 3:10:00 (361 letture)

Un'altra raccolta di racconti, ma di tutt'altro genere. Si potrebbe persino raccontare come una lucida descrizione dei sentimenti della “notte bianca”, della notte in cui non si riesce a dormire. Ce ne sono nove, di queste notti ferme, con le pendole bloccate. Una di queste parla del capodanno di una benzinaia, sul lavoro, dopo che è stata a trovare la madre. Lo spleen e il bisogno d'amore, una goccia di mistero, quel cliente che entra improvvisamente poco prima della mezzanotte e poi una scappata “disdicevole” al mare, con lui, alla faccia del Capo. Poi un albergo, bruciare un po' di stanchezza, un po' di infelicità.
E' un ragazzo francese cresciuto nella banlieue.  Un barbaro.

  0   Article ID : 78
"Lettere d'amore di un giudice corrotto" di De Rienzo
Inviato da mofa il 27/3/2006 3:10:00 (391 letture)

Questo romanzo è a suo modo peculiare. Si presenta con un espediente narrativo tipico di una letteratura “romantica”, un carteggio, un epistolario trovato in un appartamento di una casa signorile della Torino aristocratica. Se è vero o no poco importa, ovviamente.. De Rienzo coglie l'opportunità di una storia torbida intrecciata attorno al cavalier Bodo, ricco faccendiere spregiudicato, dandy per l'attitudine edonista alla vita, ancora romantico per la malattia del rischio e dell'“avventura”. Rischio e avventura che condizionano i suoi moventi vitali: donne, belle donne, e il danaro, la borsa. Soprattutto in tarda età, qui comincia il romanzo vero e proprio, il brivido dannunziano è restato per il cavalier Bodo, il Gioco in borsa, quello primitivo, originale e feroce, ma fatto tra galantuomini. Ecco il cavalie Bodo, che nel frattempo si è sposato con una giovinetta, oppurtunamente corrotta, Ginevra, è un giocatore gagliardo, che ad un tratto si scopre baro. Un grande baro. Ginevra è la pedina di un gioco esterno, vittima e carnefice dell'unico uomo a cui forse vuole un po' di bene. Danzano in questo gran galà di nobili, di arricchiti e di politici piccoli uomini che recano alla scena principale la cadenza degli eventi fino ad una inesorabile fine. De Rienzo ha composto un romanzo storico di estetica decadente con un attenzione particolare alle interrelazioni tra l'io e la società, tra l'io e l'etica, con la passione del McGrath di “Follia”. Ovviamente il fatto che il protagonista cavalier Bodo sia un finanziere canaglia con una particolare predilezione per la “furberia” in affari non è casuale...

  0   Article ID : 79
"I giorni felici di California Avenue" di Adam Langer
Inviato da mofa il 5/3/2006 2:10:00 (335 letture)

Anni 79-80. L'america smette di sentirsi in colpa per il VietNam e comincia a essere conscia del proprio diritto-destino di superpotenza. Per intenderci passa da Rambo a Rocky. Ma a noi di questo ci frega relativamente. Questo libro racconta avventure amori e devastazioni di un gruppo di adolescenti (più femmine che maschi) e relativi genitori. La scoperta dell'eros e l'abbattimento dei tabù sono sicuramente il sale della storia, frutto costante, come la vita, di intrecci continui e inaspettati tra i protagonisti. Il fatto che la maggiorparte dei personaggi vengono da famiglie ebree praticanti rende solo più divertenti alcune scene. La cosa realmente bella di questo libro è il non-detto. Le ragazzine come Michelle, completamente fuori di testa e ribelli eppure pure e integre al punto di rinfacciare il proprio farsi male come una punizione per gli altri sono figlie dei figli dei fiori. E ciò che accade nell'arco dei pochi mesi che circondano il capodanno del 1980 è in realtà una fotografia dell'assassinio del 68', la fine di un'epoca. Gli assassini sono proprio i ragazzi, umiliati da genitori illusi da sogni ormai marci, scaduti come la Nuova società. E mentre tutto questo accade, ecco profilarsi il simbolo del futuro nuovo secolo: Ronald Reagan, un imbecille alla guida del pianeta. Le cose non cambiano mai eh? Il libro è molto bello e denso 500 e rotte pagine , l'ho letto in 3 ore.

  0   Article ID : 62
A colpi di machete
Inviato da mofa il 3/2/2006 1:30:00 (302 letture)

Libro Bompiani, composto da una giornalista come una lunga intervista frammentata ad un gruppo di ex massacratori ruandesi di etnia Utu. Uno di loro racconta che una mattina venne chiamato dal proprio cognato, quel giorno non si doveva andare nei campi, quel giorno sarebbero andati allo stadio. Lì tanti altri ragazzi e uomini, un "cittadino" vestito occidentale che parlava, alcuni soldati e dei camion. "Possiamo uccidere tutti i tutsi, quei cani, quei microbi che rovinano la nostra terra" all'incirca gli stessi slogan della principale radio del paese da qualche anno, anche se alla radio queste cose erano dette con una qualche senso umoristico, raccontano. Quella mattina la gente prese gli arnesi da lavoro di tutti i giorni, è gente povera, zappe, picconi e machete. Poi una chiesa, tanta gente dentro, buio, urla e un rumore ritmico a cadere, costante e impetuoso. Umidità, urla, liquido, siamo al buio e il sangue non è riconoscibile dal colore, nè dalla puzza perchè c'è tanta gente nella chiesa e le condizioni igeniche della popolazione in generale non sono le migliori. Devono aver massacrato più di 400 persone in poche ore. Senza rendersi conto, in effetti. Ah, non erano degli sconosciuti, ma vicini di casa. Poi venne il turno degli sconosciuti; dopo qualche settimana infatti i tutsi da scannare erano finiti nel proprio villaggio, bisognava andarseli a cercare. Chiaramente un morto non ha più proprietà, così ogni giorno si facevano più soldi di quando si lavorava la terra, ogni giorno più cibo. Così è tua moglie adesso a dirti di non smettere. Devi continuare a fare il "lavoro". Andò avanti così per un anno o due anni, ne sapete qualcosa cari compagni? Fu sterminata per intero una popolazione una decina di anni fa. In una caccola geografica dell'Africa, il Ruanda. Una lettura micidiale, specie quando spiegano esattamente cosa facevano. A proposito noi italiani in quel periodo ci occupavamo di tangentopoli, anche allora riuscimmo nell'impresa.

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Giovane Adamo
Inviato da mofa il 23/1/2006 1:30:00 (603 letture)

Alexander Trocchi, si legge in copertina, è uno dei più grandi scrittori scozzesi del dopoguerra. Questo romanzo ne è una grande prova, perchè possiede al di là di una certa atmosfera “dylanthomasiana”, probabilmente propria dell'epoca (siamo negli anni 50'), la puzza del capolavoro. E' una storia cupa alla cui base c'è un amore perduto, un uomo solo e indurito, e tante figurine innocenti e colpevoli assieme che girano intorno come in un gorgo. Joe lavora con Leslie su una chiatta che naviga un fiume di città in città. Sulla chiatta c'è anche Ella, moglie di Leslie, trentenne (il marito è molto più vecchio), frustrata e irremediabilmente infelice. Le premesse generano naturalmente, come nella realtà, le proprie conseguenze. Ma in verità, ed è qui la potenza del romanzo, “Giovane Adamo” è la lunga storia di un delitto, il cui cadavere viene trovato proprio dalla chiatta di Joe. La narrazione scorre nel flusso di coscienza del protagonista attraverso la lente di una vita violenta e senza sconti. I dialoghi presenti, asciutti e freddi sembrano nei momenti cruciali delle lame di ghiaccio, atterriscono interrogano. E come ogni buon romanzo, questo fa della bugia la sua essenza il suo inchiostro. L'unica verità è al finale lo sbigottimento. Potrebbe essere descritto, per immagini, come una sorta di “Delitto e castigo” scritto da Burroughs o da Carver. E al contempo è scozzese, con una certa radice perfettamente riconoscibile anche dai lettori di Welsh. Molto bello.

  0   Article ID : 40
Qui, dove ci incontriamo di John Berger
Inviato da mofa il 2/1/2006 1:10:00 (382 letture)

Dopo l’overdose di zuccheri sintetici delle feste, che effetto vi fa questo dolcissimo dialogo??? …dalle pagine dell’ultimo romanzo di J.Berger…

<<Noi – i morti – siamo tutti qui. Proprio come ci siete tu e i vivi. Voi e noi, siamo qui per riparare un po’ di ciò che è stato rotto. Ecco perché siamo avvenuti. Avvenuti? Venuti a essere. Parli come nessuno potesse mai scegliere niente! Scegli quel che ti pare. Quel che non puoi fare è sperare in tutto. Ancora sorrideva radiosa. Naturalmente. La speranza è una formidabile lente d’ingrandimento – ecco perché non permette di vedere lontano. Perché sorridi? Speriamo soltanto in ciò che ha qualche possibilità di riuscire! Accontentiamoci di riparare poche cose. Poche cose, è già molto. Una sola cosa riparata ne cambia altre mille. In che modo? Il cane laggiù è legato a una catena troppo corta. Cambiala, allungala. Così riuscirà a raggiungere l’ombra e a distendersi, e smetterà di abbaiare. E il silenzio ricorderà alla madre che desiderava un canarino nella gabbia in cucina. E sentendo cantare il canarino, stirerà un altro po’. E, con indosso una camicia stirata di fresco, il padre sentirà meno dolore alle spalle quando andrà al lavoro. E così, quando tornerà a casa, di tanto in tanto scherzerà, come faceva un tempo, con la figlia adolescente. E la figlia cambierà idea e una sera deciderà di portare a casa, solo per questa volta, il suo innamorato. E un’altra sera, il padre proporrà al giovane di andare a pesca insieme… Chi mai al mondo può saperlo? Tu intanto allunga la catena. Il cane stava ancora abbaiando. Ci sono cose che, per essere riparate, richiedono una vera rivoluzione, suggerisco io. Lo dici tu, John. Non è che lo dico io, è questione di circostanze. Preferisco pensare che è quel che dici tu. Perché? È meno evasivo. Circostanze! Una parola che significa tutto e il contrario di tutto. Io, come ti dicevo, credo nelle riparazioni, e c’è un’altra cosa… E cioè? L’inevitabilità del desiderio. È impossibile arrestare il desiderio>>.

  0   Article ID : 35
Tribù S.P.A.
Inviato da mofa il 2/1/2006 1:10:00 (313 letture)

C'è stato un tempo, molti anni fa, in cui Giampaolo Pansa esercitava ancora il mestiere di giornalista. Figli ormai sconosciuti di quel periodo sono saggi aggressivi e decisamente “Politici” come Regime, L'intrigo o Lo sfascio editi, allora, da Sperling (attualmente dispersi). Ben prima di spingersi indietro nel tempo alla ricerca dei malfattori partigiani comunisti, il nostro Pansa scriveva intere raccolte di feroci articoli, densi di commento politico, ma carichi di spirito di inchiesta, tanto coscenziosamente satirici (inventando soprannomi storici per i papaveri della classe politica), quanto amari e intelligenti. L'oggetto della veemenza giornalistica era l'assalto per mezzo dell'imprenditore Berlusconi, da parte di un parte politica dominante (DC-PSI), al gruppo Mondadori-Espresso-Repubblica. Tra quei libri e questo ci sono poco più di dieci anni, l'imprenditore Berlusconi non è più imprenditore, c'è stata tangentopoli e il suo improbabile diluvio, c'è stato un triste impoverimento della razza giornalistica condannata sempre più a raffrontarsi con un sistema partitico condizionante e condizionato, con l'inaccettabile – ai tempi di Pansa - editoria impura, oggi perfettamente riconosciuta. Il libro di Stella, lo conferma come un ottimo giornalista vecchio stampo (come Pansa di dieci anni fa), divertente e scorrevole mentre si diverte a punzecchiare la classe dirigente attuale puntando il timone contro la maggioranza, ma non lasciando niente all'opposizione, nemmeno la vergogna. Già perchè il senso finale è un senso di schifo, perchè ciò che dieci anni fa iniziava a insinuarsi, la rassegnazione, oggi è compiutamente sovrana, anche in questo libro, oltre che nel suo oggetto, oltre che nel paese. Ma un saggio è proprio uno strumento di riflessione, deve far pensare chi legge non consegnare verità a un telespettatore. Di Antonio Stella per Einaudi.

  0   Article ID : 36
Quanto mi dai se mi sparo?
Inviato da mofa il 23/12/2005 17:20:00 (277 letture)

Sergio Endrigo era un musicante, quel popolo perduto che in gran parte ormai sopravvive in cielo o in qualche pezzo ispirato di degregori70' (come tutti sanno e anche lui si rifiuta di crederlo degregori è morto dopo aver fatto "rumore di niente"). Scrisse (Endrigo) un romanzo dal titolo, che è quello dell'articolo, significativo: il soggetto sta chiedendo a chi legge quanto vale la sua vita, ovvero quanto si può spendere per la propria morte. E' una domanda attuale, pone in diretto contatto la vita umana, il denaro (questa grande invenzione, anche se forse il vero concetto espresso ha qualcosa a che vedere con la proprietà privata) e la Morte, brrr l'innominabile terrore inespresso, il "ciao, ciao e saluti a tutti!" finale. E' attuale proprio ora, con il valore che attribuiamo alla vita umana quotidianamente (dio ti ringrazio per avermi fatto nascere nella parte GIUSTA del mondo!), con il nostro avanzato e vincente sistema Produttivo (dove le aziende che non producono nulla crescono e quelle che producono qualcosa chiudono), il nostro immateriale denaro, la società della carta di credito, con il nostro affidabile e benpensante timore della dipartita, del distacco da le nostre cose, la Nostra robba, la nostra moglie/famiglia/amante/patria/ricchezza e quell'insensato e tutto primordiale affetto della attuale classe Dirigente per un Dio che dovrebbe accontentare le buone preghiere in cambio di una non meglio precisata buona condotta, un Dio a cui non si chiede la ricompensa nel Regno dei Cieli, un Dio a cui la si rapina ora e subito la felicità. "Quanto mi dai se mi sparo?" racconta di un cantautore, alter ego di Endrigo, che a cinquantanni vede ciò in cui ha sempre creduto, la propria arte, avvizzire nell'inerzia frenetica del mercatoincultura e con essa se stesso. Ora basta, decide di farla finita, ma vuole andarsene alla grande con la soddisfazione del grande evento "mediatico". La domanda del titolo la rivolge ad un avvocato-impresario a cui commissiona la messa in scena del proprio suicidio. E' immediato anche solo da questa sommaria descrizione di una metà del romanzo, il potenziale distruttivo di ciò che stiamo raccontando. il romanzo è dell' 80', immagina l'unica forma d'arte possibile nell'attuale sistema mediatico: L'ECCESSO ASSOLUTO NELL'ASSOLUTA DISSOLUZIONE. Ben oltre la volgarizzazione dei sentimenti, ben oltre la volgarizzazione delle persone, dei politici, ben oltre il perpetuo smantellamento della credibilità delle istituzionI o dello stato. Non è abbastanza, non può essere arte la raffigurazione del compiuto incenerimento della dimensione immateriale dell'"essere umani" (Zola, Pasolini, Leopardi o "la classe operaia va in paradiso", lo avevano già rinfacciato all'ipocrisia occidentale). No dopo l'immaterialità di ciò che ci governa, non parlo di bErlusconi-Fazio-IOR nè del Democratico Impero Americano, ma del danaro, della proprietà di questo magnifico legame invisibile alle nostre amate cose; dopo tutto questo, arte è umiliare in questo fanatico circo di antimateria anche la nostra unica e ultima certezza. Quanta gente guarderebbe quel suicidio in diretta, Endrigo immagina di vendere la diretta alle TV PRIVATE, quanta pubblicità tra i pezzi più belli e che prezzi, che curva di crescita, con l'approssimarsi del fatidico momento in cui un fratello bianco, cantautore, si toglie platealmente la vita bestemmiando l'unico vero e assoluto comandamento dell'arte, la creazione. Ho smesso di leggerlo mentre a cascata mi affioravano i pensieri che hanno affollato la prima parte dell'articolo, una domanda mi ha distratto da tutto questo pessimismo (retorico?!): quando è successo tutto questo? quando ci hanno iniettato questa monotonia, questo piattume? quando ci siamo convinti di essere ciò che avevamo/ ciò altri vedevano che avevamo? Riflettiamo e la nostra cultura ci riflette la merda che ci siamo creati tutt'intorno per dominare economicamente (e a seguire politicamente e ideologicamente) il mondo intero. Dominiamo e ci sentiamo liberi, ci sporchiamo delle peggiori nefandezze e ci sentiamo liberi, ci confessiamo e come dopo aver pagato, come fosse cosa nostra chiediamo perdono agli altri a Dio a noi stessi. Quando abbiamo rinunciato a essere angeli? Endrigo sembra rispondere che il grosso si è concretizzato a "sistema" nell'80', quando ero bambino. Mi ricordo che con mia madre facevamo una scorciatoia attraverso un boschetto di quercie per arrivare a Sestri e quella mostruosità dell'autostrada che passa lì vicino mi sembrava così lontana. Oggi il boschetto c'è ancora, più stretto, più spoglio, più sporco e triste e Tir segnalano perpetuamente la necessità del trasporto su rotaia. Ciao Ciao e saluti a tutti.

  0   Article ID : 32
"Il nostro agente all'Avana" di Gutierrez
Inviato da mofa il 18/11/2005 22:20:00 (316 letture)

Cominciamo col dire che “Il nostro agente all'Avana”, che è poi lo spunto da cui è partito Gutierrez (fin dal titolo) per comporre quest'opera buffa in salsa cubana, è un romanzo di spionaggio spettacolare almeno quanto “L'americano tranquillo” è profondo e reale.

  0   Article ID : 16


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